Il 3 dicembre 2018, dodici associazioni imprenditoriali (che rappresentano 3 milioni di imprese e 13 milioni di lavoratori) hanno siglato a Torino il manifesto per la politica delle infrastrutture che consentirebbero all’Italia di divenire protagonista dell’economia europea, anziché essere penalizzata. Ma questa e le altre battaglie che occorre combattere per un’altra economia e un’altra finanza in Italia e in Europa esigono una rivoluzione intellettuale, prima che politica.

La rivoluzione in atto a ciascun livello della nostra vita non si limita alle tecnologie: la trasformazione è inarrestabile perché è intervenuta prima di tutto una rivoluzione intellettuale. Indubbiamente, Industry 4.0 ha portato nelle aziende un nuovo modo di organizzare il lavoro e la produzione, ma non bastano le nuove tecnologie per vincere sul mercato. Per questo, la rivoluzione dell’imprenditore non può essere soltanto tecnologica. Come ha affermato l’economista Roberto Ruozi (già rettore dell’Università Bocconi): “L’imprenditore del futuro dovrebbe conoscere e avere dimestichezza non soltanto con la tecnica del suo mestiere, ma anche con un contesto molto più ampio. La cultura e l’arte non dovrebbero essere più considerate, come sono state a lungo, estranee alla vita dell’imprenditore, ma devono coesistere nel suo intelletto, insieme alle conoscenze tecniche. Una buona mistura di innovazione intellettuale e di innovazione tecnologica è forse il mix su cui la nobiltà dell’imprenditore e il suo permanere sul mercato si giocheranno in futuro”.

Il progetto “Impresa e humanitas”, entro cui s’inscrive la collaborazione ventennale fra il giornale “La città del secondo rinascimento” e le piccole, medie e grandi imprese italiane, procede dall’esigenza di valorizzare il patrimonio culturale, artistico, tecnico e scientifico di ciascuna azienda, con la propria storia e con la storia dell’umanità che ha contribuito e contribuisce alla sua riuscita.

Economia civile, nuovo umanesimo imprenditoriale e “contemporary humanities” esaltano il ruolo della cultura per la costruzione di una nuova umanità, ma non indagano intorno al termine humanitas che sta alla base di ciascuna di tali proposte. Che cosa chiamiamo umano? Come afferma lo scrittore e scienziato della parola Sergio Dalla Val (https://www.youtube.com/watch?v=L0aD46YrwXI), l’humanitas è il terreno del fare, il terreno dell’Altro su cui poggia l’impresa. Non si tratta quindi di perseguire un nuovo umanesimo o di aspettare l’avvento dell’uomo nuovo, ma di valorizzare il patrimonio del rinascimento insito in ciascuna impresa che ha le sue radici in questo terreno. Per questo l’impresa non ha bisogno di rifarsi una verginità attraverso l’istituzione di opere di beneficienza o di corsi accademici che facciano il verso alle università. Ciò che avviene e ciò che diviene nell’impresa è cultura e arte, gioco e invenzione, proprio come nelle botteghe del rinascimento, in cui il lavoro manuale e il lavoro intellettuale non erano in contrapposizione. Questo è il progetto di “uomo” e d’impresa per cui l’Italia è stata da sempre emulata in tutto il pianeta. E questa è la fonte a cui s’ispira il progetto “Impresa e humanitas”, che mette a disposizione delle imprese le acquisizioni maturate in oltre vent’anni nelle conversazioni con imprenditori e manager di piccole, medie e grandi aziende che operano nei settori portanti dell’economia, pubblicate nel magazine “La città del secondo rinascimento” (www.lacittaonline.com).

L’approccio del secondo rinascimento per la riuscita si articola su alcune questioni nodali del nostro tempo fra cui i seguenti:

  • L’autorità e la direzione nella fabbrica intelligente
  • La vendita e l’incontro nell’era digitale
  • La famiglia e l’impresa nel terzo millennio

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