L’emergenza della parola

Quali saranno gli scenari macroeconomici del post Covid-19? “Per l’Italia vorrà dire 5 o 6 punti in meno del Pil e altrettanti per l’economia dei paesi del Mediterraneo. Ci sarà un’ondata di disoccupazione tremenda, ci sarà una crisi peggiore di quella del 1929. Si dovrà ricominciare tutto da capo, se no il futuro è la miseria per tutti noi”. Sono le parole dell’economista Giulio Sapelli, in un’intervista rilasciata in seguito alle dichiarazioni della neo eletta presidente della Bce, Christine Lagarde (“Panorama”, 13 marzo 2020), che per l’economista deve ritenersi responsabile del crollo della Borsa a -16,92 per cento e delle conseguenze che seguiranno al suo gesto di “lavarsi le mani”, dicendo ai singoli stati membri: “Arrangiatevi”. Frase che “ha dato il via al tracollo dei mercati costato decine di miliardi in poche ore”. Una presa di posizione che vorrà dire la “distruzione dell’economia portoghese, greca, spagnola e italiana”.

Ci auguriamo che il professor Sapelli stia esagerando e che – mentre i cittadini sono asserragliati in casa, obbedendo al decreto governativo basato sulle linee guida dei piani pandemici dell’OMS contro la diffusione del nuovo virus – l’Italia non perda il terreno industriale che era riuscita a riguadagnare con sforzi immani dal 2008 al 2019.

Ce lo auguriamo, ma leggendo i dati che arrivano dall’Istituto Superiore della Sanità (consultabili sul sito epicentro.iss.it), ci chiediamo anche perché siamo stati costretti a fermarci, a fermare le piccole e medie imprese del commercio, del turismo e dei servizi alla persona e a limitare le imprese manifatturiere, che continueranno a produrre (finché avranno ordini da evadere), ma con la spada di Damocle dei lavoratori “preoccupati” per il virus, che già incominciano a fermarsi: sono 10.000 i metalmeccanici che hanno detto stop al lavoro in alcuni stabilimenti della provincia di Torino da venerdì 13 marzo per vari motivi (sanificazione, riorganizzazione secondo le direttive della normativa, segnalazioni di uno o due casi di contagio) e in generale i lavoratori sono in allerta, pronti a segnalare qualsiasi non conformità ai protocolli di sicurezza sanitaria.

Allora, leggiamoli questi dati del 14 marzo: su 19.441 casi di Covid-19 diagnosticati da laboratori di riferimento regionale in Italia a partire dal 27 gennaio, i decessi sono 1235, di cui l’86,8 per cento di età compresa fra i 70 e i 100 anni, mentre il restante 13,2 per cento è composto per il 7,94 per cento da persone comprese fra i 60 e 70 anni di età, il 2,27 da persone di età fra i 50 e i 60, più un residuo non meglio identificato del 3 per cento.

Sui 19.441 casi diagnosticati al 14 marzo, 11.671 erano nella sola Lombardia, 2263 in Emilia Romagna, 1925 in Veneto, il resto nelle altre regioni, a scemare fino ai rari casi di Calabria, Valle D’Aosta e Basilicata.

Considerando l’andamento finora seguito dal Covid-19, che, come ciascun virus influenzale, ogni anno colpisce prevalentemente la popolazione anziana, non sarebbe logico proteggere appunto le persone di età superiore ai 60 anni e lasciar lavorare e viaggiare tutti gli altri? Che bisogno c’è d’indignarsi perché le terapie intensive “rischierebbero di divenire selettive per età”, se nessun giovane (o forse uno o due casi su 19.441) ne ha avuto bisogno? E, poi, è per caso la solita burocrazia che impedisce agli ospedali di altre regioni di ricoverare in terapia intensiva coloro i quali si ammalano in Lombardia, regione in cui, come abbiamo visto, è stato diagnosticato il 63 per cento dei casi?

Ma non intendiamo minimizzare, nonostante siamo ben lontani dall’ultima dichiarazione di “pandemia” da parte dell’Oms avvenuta nel 2009, quando l’influenza H1N1 colpì circa un miliardo di persone nel mondo nei primi sei mesi, causando 600.000 morti (non 6.036 come quelli del Covid-19, di cui 3.199 nella sola Cina). Né intendiamo alimentare dietrologie o complottismi, che prestano sempre il fianco a interessi di parte. Tuttavia, è inaccettabile l’ottundimento in cui sembrano improvvisamente crollati gli italiani, con la complicità di messaggi che inondano le loro chat di hashtag buonisti e consolatori, che li esortano a “sacrificarsi” oggi per avere l’immunità domani, a “dormire” adesso per svegliarsi presto in un mondo migliore, a essere eroi facendo la propria parte nell’esercito della salvezza, ovvero a “restare a casa” per il bene delle persone deboli e anziane. “Andrà tutto bene”, ripetono.

È inaccettabile questo invito alla calma, mentre oltre cinque milioni di piccole e medie imprese, che costituiscono il 92 per cento del tessuto economico del paese, sono costrette a fermarsi e, ancora una volta, sono catapultate nell’incertezza del loro avvenire, che impedisce qualsiasi investimento a medio e lungo termine, spazzando via ogni opportunità di sviluppo dell’attività e, di conseguenza, ogni offerta di lavoro per migliaia di giovani talenti. Anzi, se si verifica lo scenario peggiore prospettato da Sapelli, ancora più doloroso di quello del 1929, addirittura, dobbiamo aspettarci un taglio dei costi che produrrà “un’ondata di disoccupazione tremenda”. E, d’altra parte, è ciò che accade quando si cerca di stringere i denti e resistere, sperando che passi presto la tormenta: una media impresa che da un paio di anni, confidando in un accenno di ripresa, ha investito qualche milione di euro in nuova tecnologia, assumendo personale specializzato man mano che aumentava la domanda, che cosa deve fare quando gli ordini calano dell’80 per cento in un mese a causa di una paralisi provocata da linee guida cieche e sorde, che evidentemente affidano agli algoritmi l’analisi delle statistiche sulla pericolosità di un virus? Sono circa 5,3 milioni le PMI nel nostro paese, danno impiego a circa 15 milioni di lavoratori e producono un fatturato totale superiore ai 2 mila miliardi di euro. Molte di esse saranno costrette a ridurre il loro personale già a partire da aprile. E c’è ancora chi ha il coraggio di rassicurarci che “andrà tutto bene”?

Certo, se parliamo dell’infezione da Covid-19, tra qualche mese, andrà tutto bene, nessuno se ne ricorderà più. Ma intanto che cosa sarà avvenuto in Italia? Anzi, che cosa non sarà avvenuto? Quante saranno le perdite dovute a questo blocco inutile e assurdo, che priva i cittadini e le imprese dell’interlocuzione con lo stato, il quale non ha visto l’ora di tramutarsi in controllore e ligio esecutore di decisioni globali, prese senza la parola, senza il dibattito, con il pretesto dell’emergenza e della necessità di salvarsi dal pericolo incombente, tanto sponsorizzato da tutti i media del mondo?

Non ci ha insegnato nulla il film di Orson Welles, Quarto potere, che già nel 1941 aveva puntato il dito sul trionfo del capriccio di pochi grazie all’instupidimento veicolato dal circolo mediatico?

Dallo scacchiere globale dove si giocano le partite delle oligarchie finanziarie non aspettiamoci vere notizie, nessun cittadino si senta in diritto di divenire interlocutore di chi sta vincendo o di chi, siccome teme di perdere prestigio, potrebbe essere tentato di far saltare il tavolo.

“L’unica speranza – secondo Sapelli, indignato per le parole della Lagarde – è che gli americani rinsaviscano ed entrino in questo guado e cerchino di nuovo – come fecero attraverso il loro rappresentante, ovvero Mario Draghi – di rimettere ordine nell’economia europea, perché mi sembra che al momento i tedeschi (con il supporto dei francesi) siano pronti a dare il colpo di grazia agli stati membri”.

Nessuno sa quali saranno gli scenari che attendono l’Italia e l’Europa nei prossimi giorni, mesi, anni. L’unica speranza è quella da cui procede l’emergenza della parola, che nessuno potrà mai toglierci, un’emergenza che occorre alimentare in ciascun istante della giornata. Pertanto, ciascuno di noi ha un compito essenziale nel viaggio della vita: instaurare l’interlocuzione, parlando, facendo e scrivendo, senza lasciarsi fermare mai, tantomeno dalla paura di un virus protagonista di uno storytelling prodotto da ignoti, attraverso le fabbriche della disinformazione guidate da algoritmi.

 

Anna Spadafora

14 marzo 2020